«Come stai?»
«Tutto bene.»
È la bugia più educata del mondo. La diciamo tuttə, la dico anch’io. E quasi sempre, sotto quel «tutto bene», c’è una parola che non trova posto nella conversazione: fatica.
Benvenutə dietro la prima porta de Le Porte del Sé, il podcast di Echi del Sé. Io sono Ramona, psicoterapeuta e teatroterapeuta. Se è la prima volta che ci sentiamo: nel feed trovi quattro episodi zero che raccontano questa casa: cos’è un Eco, cos’è il Metodo ECO, cosa c’entrano il teatro e la materia. Ma puoi anche cominciare da qui, adesso, da questa porta. Perché il tema di oggi non ha bisogno di prerequisiti: lo conosci già.
Oggi parliamo della fatica che non sempre si vede da fuori.
La fatica che non ha applausi
C’è una fatica che si vede, e al mondo piace molto. Il trasloco, la maratona, la notte in bianco sul progetto: ha un inizio, una fine e, soprattutto, ha applausi. Qualcuno ti dice «brava», «che forza», e il corpo, stanco, almeno riceve un riconoscimento.
E poi c’è l’altra. La fatica di chi regge. Di chi tiene insieme una famiglia, un lavoro, un genitore che invecchia, un lutto che nessuno nomina più, un dolore cronico, una casa, una facciata. La fatica di chi continua a esserci, puntualə e sorridente, mentre dentro qualcosa spinge da mesi. Questa fatica non ha applausi. Ha, semmai, il fraintendimento più crudele di tutti: «tu sei quellə forte». «A te non serve niente». E così chi regge… regge anche l’immagine di quella che regge. Doppio carico.
Se in questo momento hai sentito qualcosa muoversi, un piccolo sì da qualche parte nel petto, resta con me. Questa porta è per te.
Luglio, il tempo della Prova
Non è un caso che questa conversazione arrivi a luglio. Nel calendario antico che accompagna questo podcast, la Ruota dell’Anno, luglio è il tempo della Prova. Guarda i campi, se ne hai uno vicino: il grano è quasi maturo. Quasi. Non ancora. È il momento più delicato dell’anno contadino: tutto il lavoro è stato fatto, e il raccolto non c’è ancora. Si tiene, si veglia, si innaffia, si spera che non grandini. È la fatica che precede il raccolto: la più dura, perché è fatica senza risultati visibili. Ti suona familiare? Stai facendo tutto, e non si vede ancora niente. Ecco: luglio.
Per attraversare questa porta ti porto due compagni di viaggio e un mito.
La Forza: le mani sulle fauci del leone
Il primo compagno è una carta. Nei tarocchi (che qui usiamo come mappe dell’esperienza umana, non per predire alcunché) l’arcano numero otto si chiama la Forza. E se non l’hai mai vista, preparati a una sorpresa: non c’è nessun guerriero in armatura. C’è una figura esile, spesso una donna, che tiene aperte le fauci di un leone. A mani nude. Con una calma impossibile. Non lo sta uccidendo, il leone. Non lo sta umiliando, non lo caccia. Gli sta accanto, con le mani sulla sua bocca, in quel punto esatto dove la belva potrebbe mordere e non morde.
Questa è la risposta dell’arcano alla domanda «cos’è la forza?». Non spingere di più. Non stringere i denti più forte. La forza è una relazione con ciò che dentro di noi ruggisce: la rabbia che non ti concedi, il bisogno che non nomini, la stanchezza che tratti come un difetto di fabbrica. La persona forte non è quella che non sente il leone: è quella che ha smesso di fingere che non ci sia.
Il Guerriero: «per cosa sto resistendo?»
Il secondo compagno è un archetipo: il Guerriero. Attenzione, però: il guerriero maturo non è chi combatte sempre. Chi combatte sempre è un soldato senza guerra, e si logora. Il guerriero maturo è chi sa cosa sta difendendo. E allora ecco il punto: la domanda della fatica non è «quanto ancora posso resistere?», quella domanda porta solo a resistere un giorno in più, e poi un altro. La domanda del guerriero è: «per cosa sto resistendo?». Finché la fatica ha un perché, è fatica feconda: pesa, ma va da qualche parte. Quando il perché si perde (per abitudine, per paura, perché nessuno ci ha mai detto che potevamo posare) la fatica smette di essere un cammino e diventa una ruota da criceto. Il logoramento non è troppa fatica: è fatica che ha perso la direzione.
Quando la fatica trova il corpo
E qui devo dirti una cosa da psicoterapeuta, con tutta la delicatezza che merita. La fatica invisibile ha una caratteristica perfida: non chiede aiuto, per definizione. Chi la porta è quasi sempre chi «funziona»: arriva puntuale, si occupa deglə altrə, risponde «tutto bene». E allora la psiche, che non ama essere ignorata, presenta il conto in altre lingue: il sonno che si sfalda, la spalla che non si scioglie più, l’irritabilità che esplode per un bicchiere fuori posto, il piacere che lentamente si spegne, le cose che ti piacevano e adesso ti chiedono solo energia. Se ascolti questo podcast e hai riconosciuto qualcosa: quelli non sono difetti del carattere. Sono echi. È la fatica che, non avendo avuto parole, ha trovato il corpo.
Amore e Psiche: le formiche
Ti avevo promesso anche un mito, ed eccolo. Nella favola antica di Amore e Psiche, a Psiche viene imposta una prova impossibile: davanti a lei una montagna di semi mescolati (grano, orzo, miglio, papavero) da separare in una notte. Impossibile, appunto: è l’immagine perfetta della fatica psichica, quella montagna di cose da tenere insieme che chiunque regge conosce a memoria. E come ne esce, Psiche? Non con l’eroismo. Non con la notte in bianco. Ne esce perché arrivano le formiche: piccole, umili, tantissime. Un aiuto minuscolo e collettivo che fa, seme dopo seme, ciò che la volontà da sola non poteva.
Tienila stretta, questa immagine. Perché la nostra cultura ti dirà sempre che dalla fatica si esce con più forza di volontà: più disciplina, più mattine alle cinque, più «mindset». Il mito dice un’altra cosa: dalla prova impossibile si esce accettando gli aiuti piccoli. La telefonata. Il pasto portato da qualcunə. La mezz’ora chiesta e presa. La terapia, quando serve. Le formiche.
Il primo atto di forza
E allora, prima del gesto finale, lascia che ti dica la frase che vorrei restasse di questo episodio: riconoscere la propria fatica non è lamentarsi. È il primo atto di forza. È esattamente il gesto della carta: mettere le mani sulle fauci del leone invece di voltarsi dall’altra parte. E nominarla davanti a qualcunə capace di ascoltare (un’amica, unə terapeuta, perfino un foglio) è già l’inizio della trasformazione. Perché, lo dicono i fondamenti di questa casa: la relazione rende possibile il significato.
Il gesto di questa porta
Ti serve solo carta e penna. Scrivi la fatica più silenziosa che stai portando in questo periodo, anche se nessuno la vede. Non la lista delle cose da fare: quella la conosci già. La fatica. Una frase sola. Scrivila a mano, perché la carta è materia e la materia trattiene ciò che il pensiero lascia scappare. E poi guardala: quella frase è un eco che ha finalmente trovato parole. Se ti va, portala con te alla pratica di domenica, su Instagram, o semplicemente tienila in tasca per una settimana. Sul serio: in tasca.
La Scintilla di luglio
E poi la Scintilla. Perché, chi ha ascoltato gli episodi zero lo sa già, e a chi arriva ora lo dico adesso, questa è la promessa di questo podcast: io non ho le risposte. Ho le domande. E questa è quella di luglio:
La tua fatica più silenziosa, se potesse parlare con una voce tutta sua, cosa ti direbbe? E di cosa avrebbe bisogno: non per sparire, ma per essere meno sola?
Dove continuare
Domenica, su Substack, esce il primo numero de I Diari del Sé: si chiama «Il mese delle soglie» e raccoglie, col tempo lungo della scrittura, tutto ciò che questo mese ha aperto. Lo trovi cercando I Diari del Sé, o dal profilo Instagram @echidelse, dove ogni domenica c’è anche L’Atanor del Sé, la pratica creativa della settimana. E se questo episodio ha dato parole a qualcosa che porti anche tu, mandalo alla persona a cui hai pensato mentre lo ascoltavi: probabilmente anche lei regge in silenzio.
Io ti aspetto dietro la prossima porta, l’ultima settimana di agosto: parleremo di ciò che si è disposti a lasciare, per ciò che conta davvero.
Apri piano. Le porte non si sfondano, si attraversano.
Ascolta e continua
Ascolta Le Porte del Sé su Spotify: open.spotify.com/show/033QBY5JaTFrLLht0PfRFj
I Diari del Sé su Substack: substack.com/@echidelse
L’Atanor del Sé, ogni domenica su Instagram: @echidelse
Se senti il bisogno di attraversare questa porta accompagnatə, scrivimi dalla pagina Contatti.
